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Fumetti e cosplayers. Due mondi oggi più che mai correlazionati sono il tema della mostra At Work, At Home, At Play che l’artista Massimo Giacon presenterà Giovedì 10 Maggio alla Galleria d’Arte Antonio Colombo a Milano, dove peraltro è possibile trovare esposti anche i lavori di Gary Baseman. Si tratta di lavori inediti che l’autore ha realizzato con tecniche miste su carta appositamente per la mostra. Noi di Iknowmonki lo abbiamo incontrato per saperne di più.
Giacomo: Chi è Massimo Giacon?
Massimo: Be’, Massimo Giacon è un personaggio presente da così tanto tempo in tanti ambienti che qualcuno potrebbe chiederesi se sia ancora vivo! (ride scherzando, ndr) Sono un artista conosciuto all’interno dell’ambiente del fumetto, del design, dell’illustrazione, della musica e dell’arte contemporanea.
G: Un artista poliedrico in sostanza! Come riesci a mettere in relazione così tante attività?
M: In realtà non è un problema relazionarle in quanto sono già in sè tutte strettamente legate tra loro. Il problema forse è riuscire a inquadrare il mio mondo tra queste. O meglio, il problema riguarda la critica: spesso chi si occupa di critica di un ambito specifico non è capace di ricavare un quadro complessivo da più ambiti artistici.
G: Parlaci di questo tuo ultimo progetto.
M: Si tratta di un progetto che cerca di mettere la vita quotidiana in relazione con qualcosa che conosco molto bene, ossia il fumetto e la sua storia. Frequentando da molto tempo l’ambiente del fumetto ho potuto assistere all’enorme sviluppo del fenomeno dei cosplayer durante le fiere dei fumetti. Il cosplayer potremmo definirlo come una sorta di performer contemporaneo che impersona i personaggi dei fumetti e dei cartoni animati fino a trasformarsi definitivamente in essi. Non si sta parlando di carnevale o travestimento full-time: col passare del tempo questo fenomeno ha assunto significati più profondi; mentre i primi cosplayers mostravano un approccio timido al travestimento, magari costruendosi costumi con materiali di fortuna o di scarto, ora il cosplayer moderno è diventato una figura professionale capace di riprodurre perfettamente i personaggi dei fumetti e di tutte le rispettive sfaccettature che sono nate grazie alla riproduzione di tali personaggi all’interno del cinema o della tv.
G: Tra gli ambiti che affronti ne hai uno prediletto?
M: No, in generale ogni ambito può considerarsi una parte del lavoro finale. Quando per esempio faccio fumetti adotto un metodo tipicamente progettuale, quindi utilizzo qualcosa che ho ricavato attraverso la mia esperienza di designer. Lo stesso discorso vale quando devo organizzare una mostra. Esistono per esempio artisti che colgono inconsapevolmente stimoli dall’esterno e li inseriscono all’interno dei loro lavori, lasciando che il mondo ne ricavi delle interpretazioni; l’artista progettuale invece ragiona sul proprio lavoro creando una tematica di background. Questa mostra ne è un esempio.
G: C’è qualcosa di particolare, se vogliamo assurdo, che è per te fonte di ispirazione costante per i tuoi lavori?
M: Bè, in realtà la vita è assurda (ride, ndr). Basti pensare come oggi è possibile tracciare costantemente cosa succede in ogni parte del mondo: le possibilità di trovare l’ispirazione sono aumentate. In realtà tutto questo porta in sè anche dei difetti: il rischio è infatti che l’accesso a migliaia di informazioni possa renderle incolore. Qualcosa di interessante e bello può facilmente assumere la stessa valenza di qualcosa di estremamente superficiale e stupido.
G: Il ruolo del creativo è sottovalutato all’interno della cultura del lavoro?
M: Dipende. Dal paese (ride, ndr). In Italia certamente la figura del creativo è sottovalutata. Per quanto riguarda il mondo del fumetto la situazione è particolarmente difficile: solitamente coloro che si affermano come fumettisti guadagnano riconoscimenti più che altro tra gli appassionati e al di fuori di tale nicchia difficilmente vengono riconosciuti e valorizzati per il proprio talento.
G: Nei tuoi lavori, che spesso mostrano soggetti dalle espressioni tipicamente freak, si nasconde la volontà di fare protesta o magari semplicemente di mostrare il lato assurdo della vita reale?
M: Si e no. Nel senso che io, come sono consapevole di fare parte di questo mondo, sono altrettanto consapevole di essere io stesso un freak. Diciamo che io osservo i miei mondi sia con un senso di appartenenza, sia con un senso di pìetas, di comprensione; personalmente credo sia molto presuntuoso oggi fare denuncia attraverso l’arte, soprattutto quando si è inseriti all’interno di un sistema.
G: Ti è mai capitato che qualcuno rimanesse scandalizzato di fronte ai tuoi lavori? Quali sono state le reazioni?
M: Si, e per fortuna visto che oramai niente fa più scandalo! Di recente, in occasione di Arte Fiera, ho presentato una ceramica composta da grandi seni con cicatrici (quindi protesi) sui quali poggiava un piccolo feto morto di colore rosso; il pubblico maschile è stato attratto maggiormente dalla componente femminile in sé, mentre buona parte del pubblico femminile, alla vista dell’opera, ha preso le distanze cercando di non avvicinarsi troppo. Ho toccato due sentimenti primigeni: le donne riconoscevano immediatamente il feto morto, prendendo fisicamente le distanze dall’opera; gli uomini sorridevano di fronte alla vista dei seni.
G: Chi sono i tuoi clienti tipo?
M: Domanda difficile! Sicuramente è una tipologia di persone caratteriali, sostanzialmente come me. Tutti i miei collezionisti hanno qualcosa di veramente particolare, anche se forse è una caratteristica tipica del collezionista. Non esiste un collezionista tipo dei lavori di Massimo Giacon; se dovessi comunque fare una raccolta di figurine dei miei collezionisti sicuramente verrebbe fuori qualcosa di davvero bizzarro! (ride, ndr).
G: Cosa consigli di non fare ai giovani creativi italiani?
M: Direi di non rimanere in Italia. In realtà io sono sempre rimasto in Italia, se non per qualche sporadica uscita. Tuttavia consiglio ai giovani di non lamentarsi troppo riguardo al malfunzionamento della società italiana, della sua economia e del suo mercato. I fatti dimostrano che chi è uscito dall’Italia poi ha saputo realizzare qualcosa, o perlomeno ha realizzato molto di più rispetto coloro che hanno deciso di rimanere in Italia. Un creativo deve farsi conoscere a livello internazionale e non può di certo aspettarsi che internet, che comunque rimane uno strumento utilissimo, possa garantire il successo. A meno che un artista non venda i propri lavori su internet a prezzi stracciati, il mercato dell’arte sul web è fatto soltanto dai grandi marchi. Inoltre chi colleziona oggetti d’arte non compra mai un’opera attraverso uno schermo: desidera conoscere di persona l’artista e ricevere l’opera dalle sue mani.
L’inaugurazione di At Work, At Home , At Play che si terrà Giovedì 10 Maggio alle 18:30 presso lo Spazio Colombo Arte Contemporanea, sarà teatro di una performance live dello stesso artista.



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